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4 chiacchiere con…Jacopo Geninazzi

Con la testimonianza di Jacopo Geninazzi, capitano della Briantea84, società canturina di basket in carrozzina, sono cominciati gli incontri di avvicinamento a OrasportNight, la Notte bianca dello sport in oratorio che si svolgerà il 21 maggio nella Diocesi di Milano.



Sacrificio, responsabilità, ambizione, sono solo alcuni dei concetti che Jacopo ha raccontato, venerdì 11 marzo, ai ragazzi del gruppo preado degli oratori di Gallarate.

Un excursus di vita vissuta, cominciato da Jacopo ragazzino, che si scontra con una malattia che lo cambia radicalmente.

Jack ha infatti subito l’amputazione di una gamba a causa di una malattia. Ce la descrive con una semplicità disarmante, come un piccolo contrattempo: “Avevo 14 anni e voglia di far tornare le cose come prima, avevo una vita davanti e non volevo fermarmi per un piccolo incidente di percorso. Volevo riprendere in mano la mia vita”.


Il racconto prosegue con la narrazione di immagini di ordinaria quotidianità che coincidono con l’incontro con il basket in carrozzina e con la scoperta di questo amore: nel parchetto con gli amici, guardandoli giocare, accade che un amico di famiglia gli propone di seguirlo.

Jack si fida di lui e si ritrova a giocare a basket in un palazzetto in cui tutti sono disabili. Ma le aspettative iniziali non sono delle migliori e si infrangono con le prime, oggettive difficoltà: Jack se ne va poiché tutti sono forti e capaci e lui non si sente all’altezza. Ma il desiderio di farcela prevale sull’insuccesso, così torna al palazzetto: aveva 16 anni e da allora non ne è più uscito.


Una passione nata per caso che lo ha condotto, negli anni a venire, a giocare in nazionale e a disputare la finale per lo scudetto, indossando la fascia da capitano.

Un’esperienza sportiva di alto livello che ha dato il là alle prime domande dei ragazzi: come ci si prepara ad una finale del genere? Cos’è per te la squadra? Cosa significa essere un capitano?

“Non ci si prepara in una settimana” risponde Jack. “Ci vogliono impegno e passione. Ciascun atleta è dotato di grande talento, ma da solo non basta: la differenza la fa lo spogliatoio, siamo un grande gruppo: che bellezza nel gruppo! C’è altro oltre allo sport che lega una squadra: tempo, dedizione ma anche sacrificio per raggiungere il comune obiettivo. E il capitano ha il compito di far sì che tutti remino insieme, nella stessa direzione avendo in mente di far migliorare il livello di tutti”


Episodi e aneddoti che introducono concetti dall’alto spirito valoriale e che si prestano a delle considerazioni più ampie, : il concetto di caso fortuito e la modalità, spesso casuale, con cui capitano le cose. La capacità e la forza di sfruttare per il meglio le contingenze fortuite. L’essere capitani, tra capitani, vivendo il ruolo con senso di responsabilità e la necessità di essere esempio per i compagni e i più giovani. L’importanza di avere sempre obiettivi e di non smettere di sognare, lavorando e dimenticandosi i giudizi degli altri, senza timore di sbagliare, cadere o perdere.


“Hai mai pensato di mollare” chiede un ragazzo? E un altro: “In un mondo che spesso guarda di più all’aspetto esteriore che alla sostanza degli atteggiamenti, come hai fatto ad andare avanti?”

Ma ancora una volta Jack, serafico, come quando in campo gonfia il canestro con le sue bombe da 3 punti. “Bisogna saper accettare i fallimenti, perché esistono, non vanno messi via né dimenticati. Il valore aggiunto è capire cosa abbiamo sbagliato, correggendoci fino a tirar fuori la nostra parte migliore”. E subito dopo: “Agite, non abbiate paura di un rifiuto, di sbagliare, di far un passaggio a vuoto, perché proprio questi passaggi saranno fondamentali nel vostro cammino”.

Concetti chiari, universali, applicabili nello sport quanto nella vita di tutti i giorni: l’obiettivo lo si raggiunge solo se si resta uniti e la forza del capitano non sta nel vincere ma nell’avere sempre lo sguardo su ogni compagno, senza lasciare indietro nessuno ma, al contrario, facendo fronte comune, anche e soprattutto nelle difficoltà.


L’esperienza di Jack è stata significativa proprio perché non si è fermata ai limiti oggettivi che la vita e la disabilità gli ha imposto, ma, al contrario ha iniziato ad essere riscritta proprio nel momento in cui questo limite non è stato visto come un ostacolo ma come un’occasione per scoprire la grandezza del talento ricevuto e per provare, ogni giorno, a metterlo a frutto.

E l’insegnamento migliore lo si è avuto ripercorrendo le gesta sportive di Jack che avrebbe potuto crogiolarsi dietro a legittima stanchezza, fatica e sfortuna per lasciarsi vivere, e seppellire quindi il suo talento e invece no: ogni giorno ha messo in campo passione, dedizione e impegno.


Una testimonianza che ha lasciato il segno: siamo tutti chiamati a riflettere sul nostro talento, siamo invitati a scoprire che laddove esiste un nostro limite, questo non ci influenza, se non nella misura in cui ci permette di scorgere una possibilità nuova, una strada diversa che altrimenti non avremmo mai intrapreso, perché come dice il nostro campione: “il mondo spezza tutti ma poi si è più forti proprio nel punto in cui ci si è spezzati”.

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